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La Valle di Scalve e la sua vocazione mineraria

October 7, 2017

 

La Valle di Scalve è la valle del torrente Dezzo. Confina con la Valtellina, Valcamonica e Valseriana ed è situata in Provincia di Bergamo, la Valle si estende per una larghezza di 19 Km tra una cerchia di montagne fra le cui cime spiccano il Massiccio della Presolana (m2521), il Pizzo Tornello (m2687), il Cimon della Bagozza (m2409) ed il Pizzo Camino (m2492). I capoluoghi dei suoi quattro Comuni sono: Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore.

 

Il termine Scalve deriverebbe dal celtico "Skalf", traducibile in fessura, caratteristica riconducibile alla natura della valle stessa che si presenta, a chi risale dalla Valle Camonica tramite il corso del torrente Dezzo, come una stretta fessura tra i monti.

 

La Val di Scalve fu di fatto sino agli ’70 del secolo scorso una terra a vocazione mineraria a causa dei suoi giacimenti di minerali che la resero celebre e contesa.

La Val di Scalve, nota e contesa sin dall’antichità per le sue miniere di ferro, nonostante la sua infelice posizione geografica, giocò un ruolo importante nella produzione del ferro in Lombardia. Nonostante la documentazione risalga solo all’anno 1000, ancora oggi nella memoria popolare vengono citati i famosi damnata ad metalla, criminali condotti in catene a faticare nelle miniere per estrarre il metallo per il governo di Roma.

Se la val di Scalve era importantissima per l’estrazione del ferro e la fabbricazione di armi, Clusone era un centro importante per il deposito delle armi. La Valle Seriana Superiore e l’alta Valle Camonica approfittarono della celebrità della Val di Scalve per intraprendere l’attività nell’industria siderurgica. Nel 1428, la Val di Scalve viene riconosciuta dominio veneto e viene redatto il primo statuto minerario dove si proibiva ai forestieri di cavare e possedere miniere. Si riconosceva a Venezia l’eccellenza del ferro scalvino e questo ferro veniva lavorato poi nelle fabbriche di Gardone Val Trompia.

Antecedentemente al 1600, l’escavazione del minerale nelle miniere scalvine avveniva con metodi arcaici ed empirici. In seguito, nel 1676, fu introdotta in valle, che in quei tempi era ancora sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, la polvere nera o da mina. L’uso di questo esplosivo incrementò notevolmente la quantita di minerale estratto e quindi anche di miniere, abbandonando i vecchi metodi a calce viva e fuoco. La Serenissima istituì nel 1488 la prima legge mineraria che con i decreti successivi fu da guida nella conduzione delle miniere sino al 1796.

Nel 1796 la val di Scalve passa sotto il governo napoleonico dove inizia un'attenta sorveglianza su tutte le miniere, forni e fucine. L’introduzione poi di una razionalizzazione tecnica porta alla riduzione progressiva della manodopera e pone le condizioni all’impoverimento dell’economia alpina. L’andamento irregolare delle attività minerarie, dovuto alle oscillaazioni della domanda di ferro in Italia e all’estero, si ripercuote immediatamente nel tessuto sociale ed economico delle popolazioni. L’ultimo boom economico, con repentina successiva recessione, era avvenuto attoprno all’anno 1800 quando, per le continue guerre napoleoniche, il mercato assorbiva eccezionali quantitativi di ferro grezzo e lavorato, per cui era tanto ricercato e tanto ben retribuito che gli scalvini finirono per ingaggiare migliaia di forestieri. Ma il rovescio della medaglia venne ben presto; il ferro scese al di sotto di un quarto del suo prezzo normale e in pochi ormai lo volvevano. 

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il regno d’Italia e finalmente la Val di scalve, isolata geograficamente per secoli, ebbe finalmente nel 1862 una strada d’accesso, la Via Mala

Questa nuova arteria di comunicazione avrebbe dovuto giovare notevolmente all’industria mineraria e siderurgica scalvina che in quel periodo aveva necessità di inserirsi in un contesto economico più ampio. Ma le cose non andarono così e l’attività mineraria scalvina a causa di diversi fattori mantenne una condizione di arretratezza rispetto alle altre aree che nel frattempo si erano evolute tecnicamente. Le profonde trasformazioni tecnologiche ed economiche della rivoluzione industriale non indurranno l’economia scalvina ad adeguarsi e le attività resteranno sino all’inizio del 900 essenzialmente residuali sia nell’estrazione mineraria, sia nella produzione di ghisa nei forni fusori.

Nel 1936 il fabbisogno d'acciaio per gli armamenti e la politica autarchica del governo fascista spinse le grandi società siderurgiche nazionali (prima la BREDA, poi la FALCK e la FERROMIN, dopo la seconda guerra mondiale, nei cantieri minerari della valle, l’attività estrattiva continuòda parte del CONSORZIO MINERARIO BARISELLA) a rilevare le concessioni minerarie che sino ad allora erano di consorzi locali, introducendo moderni macchinari ad aria compressa, ferrovie decauville e pale meccaniche. 

 

Vi fu in effetti una rivoluzione che intensificò la produzione mineraria, i processi di escavazione e di arricchimento del minerale, ed anche i minatori iniziarono a recepire i primi salari. L’attività di fusione del minerale, prodotta con carbone di legna, avveniva nei forni fusori. Questa lavorazione iniziata molti secoli addietro si perfezionò nel tempo e durò sino alla primavera del 1953 quando cessò di funzionare il forno fusorio di Dezzo e il minerale fu inviato in seguito ai centri di fusione di Sesto San Giovanni. L’attività mineraria diventò quindi in valle solo attività di estrazione e nella primavera del 1972 anche questa cessò definitivamente per non essere più riavviata. 

Si concluse così un’epoca e una tradizione economico-mineraria in Val di Scalve. 

 

 

 

 

 

 

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